Associazione Davide Lajolo Odv

Saggi

30/04/2026

LETTURE DAI LIBRI DI DAVIDE LAJOLO - ULISSE SULLE COLLINE VINCHIO 9 MAGGIO 2026

(i libri citati sono integralmente pubblicati sul sito dell’Associazione www.davidelajolo.it)

AL PERCORSO DEI NIDI

Vinchio è il mio nido

Vinchio è il mio nido. Le radici mio padre e mia madre de­vono avermele piantate ben profonde in questa terra collinosa, se non è passato giorno nel corso della mia vita in cui la mente non sia ritornata al pesco sul bricco di San Michele, ai prati delle Settefiglie, ai filari conchigliosi della vigna di Montedelmare. Anche quando ero in guerra, undici anni affannati tra spari e imboscate, non è passato un solo giorno senza tornare col pensiero al bricco dei Saraceni, alla valletta della morte.

Avevo imparato dall’infanzia che lì c’erano stati guerra e morti e quel ricordo s’accendeva fervido tra le cannonate, sotto i mitragliamenti aerei. La notte, facendo gli occhi nel buio, rivedevo primule e mughetti trepidi che facevano tappeto in primavera sulle pendici del bosco di ca­stagni.

Radici profonde, ancestrali, maliarde, persino morbose. Ogni partenza mi addolorava, come segnasse un addio senza ritorno sia quand’era per il collegio o per i fronti di guerra. Lasciavo il cuore e i sentimenti al paese. Come potessi respirare libero solo tra quella polvere, in quell’aria di piante amiche, nella linea dritta seguendo i filari delle vigne, esatta­mente come soltanto in questi posti potessi spaziare con la fantasia da un colle all’altro, e alzarmi in volo.

Non è più stato così in nessun altro luogo del mondo: non nel cielo di Parigi né in quello di Atene, non a Pechino né a Samarcanda, non a Marrakesch né a Beirut, mai più.

(da Il mio nido in Il merlo di campagna il merlo di città)

 

ALL’INSTALLAZIONE DEL CASTEL DEL MAGO

Le masche

Le masche descritte sono quelle buone, quelle bianche che vivono nei boschi, che hanno la voce come la membrana delle piante attraversate dal vento. Le incontra Pinin, un mutilato di guerra, che vive in simbiosi con la natura e racconta il suo amore per la masca bianca Mariarosa.

 

Il bianco è un colore? Certo certo, ma è un colore senza colore: ecco le masche avevano questo colore. Soprattutto la notte nel buio io le vedevo avvicinarsi in questo strano biancore. E se anche dormivo, mi risvegliavo perché quel biancore aveva un fluido che mi penetrava dentro, mi trapassava la pelle, mi accendeva gli occhi come fossero fuochi ed infatti vedevo anche le piante, riuscivo nel buio della notte a vedere anche le formiche che passavano attraverso le foglie, i colori verdi dell’erba, quelli gialli delle foglie secche. Per me era come dicono quelli che credono ai miracoli. (…)

Perciò, solo per darti un’idea, ti ho parlato di estasi, perché quando le masche arrivavano tutte e tre insieme, la madre davanti e le altre due al seguito, allora mi sentivo sollevare dal giaciglio, andavo in estasi. Le mie gambe si allungavano, si allungavano le braccia, camminavo davanti a loro in quel biancore senza inciampare nei rovi né nelle piante più alte e non un ramo si spezzava. Avanzavamo insieme nel gran silenzio notturno e, ricordati ben, quel biancore non era luce splendente, era dentro e fuori di noi ma senza riflessi luminosi. (…) Con la masca Mariarosa consumavo anche l’amore. Nelle notti di plenilunio quando tace anche il cuculo, quando il tasso lascia la tana perché vuole andare fuori dal bosco a guardare la luna con i suoi occhi di alabastro.

Allora è come se fossi caduto nel delirio. Mi sembrava di bagnarmi nel mare. Un gusto senza fine, una dolcezza senza limiti. (da Le masche in I Mè)

 

AL BRICCO DI MONTE DEL MARE

LA COLOMBA

Sul muro del casotto di Ulisse al bricco di Monte del mare  c’è La colomba scultura di Piero Oldano

C’è sempre nella vita di ognuno una colomba che si alza all’improvviso tra sogno e realtà. Poi si posa sulla spalla soffice contro il viso: La vita è meravigliosa quando riesci parlare con quel battito d’ali. Puoi dire tutto, patire, mostrare le piaghe, le zone d’ombra, confessare momenti di viltà. I travagli si placano. La colomba è l’amore alla vita. (da Ventiquattro anni Storia di un uomo fortunato)

 

DOLCE COLOMBA

Dolce colomba / senza sonno, senza quiete, /tormentata, chiusa / nel silenzio splendente

come il campo dei papaveri.

Profumo del gelsomino / il tuo tubare incanta, / la felicità è il non sapere / la fine.

(da Quadrati di fatica)

 

IL VOLTAGABBANA

Cercano il voltagabbana / per fucilarlo.

Con alla tempia / la pistola / sono sereno.

Come se il terremoto avesse squassato / la coscienza.

Riemergono i volti / dei morti compagni / con loro ho creduto / ubbidito / combattuto.

Lui ci misurava / dai garretti / il prete ci mandava / a morire Savoia!

I partigiani / mi scrutano dentro / parlottano / con la pistola puntata.

Avanti / ti mettiamo alla prova.

(da Il voltagabbana)

 

L’APPUNTAMENTO CON I PARTIGIANI AL CASOTTO DI MONTE DEL MARE

La banda è costituita, ma senza collegamenti. Ho mandato una staffetta a Cortiglione, a Nestore.

E infatti ecco che il pomeriggio, su per i sentieri in mezzo alle vigne, è segnalato un uomo che sale tranquillamente verso di noi.

Lo riconosco è Nestore, anche i miei ragazzi lo conoscono e lo salutano amichevolmente.

Egli sorride con la sua larga faccia di uomo tranquillo, poi dice: - Bene, hai fatto bene a deciderti a formare la tua banda. Noi a forza di discutere, di deliberare se sì o se no, non eravamo mai pronti a dare il via. Col tuo atto hai chiaramente dimostrato quello che senti e ti sei impegnato. Fra poco saranno qui Gatto, Aramis e Michele e assieme decideremo la tua immissione nella nostra brigata d’assalto Garibaldi.

Infatti, poco dopo arriva Gatto. Colla sua statura prolungata si distingue da lontano, anche se è seduto su un biroccio e fa trottare un bel cavallino nero. Si vede che i partigiani cominciano a motorizzarsi.

Sono con lui Michele e Aramis. Si raduna una specie di consiglio. Gatto e Nestore testimoniano sulla mia lealtà. Michele e Aramis accettano e dichiarano che da oggi si considerano compagni pronti a difendermi e a combattere al mio fianco.

Poi Nestore spiega la formazione della brigata di Vinchio. E’ una brigata Garibaldi. Sono le più gloriose brigate e portano un nome eroico, che riassume in sé le pagine più belle del valore italiano. Sono sorte in Italia per combattere il nemico tedesco e i traditori fascisti. Ogni giorno aumentano, ogni giorno nuovi volontari garibaldini vengono e rimangono nelle file.

La nostra brigata ha già le armi e gli uomini sono pronti per azioni in grande stile; certo sempre con armi molto inferiori a quelle del nemico, ma lo spirito nostro e la conoscenza dei luoghi ci può rendere altrettanto forti. (da A conquistare la rossa primavera)

IL RASTRELLAMENTO

E’ l’inverno del 1944, la campagna trasmette un senso di freddo e di paura. Nella notte del 2 dicembre i reparti nemici, in tenuta antiguerriglia, sfondano le postazioni partigiane della zona liberata. E’ il rastrellamento più devastante. Nonostante i tentativi di resistere, il fronte si allarga e la manovra di accerchiamento è infernale.

Ulisse, dal Comando di Mombercelli, è costretto a dare l’ordine di sganciamento per fare il vuoto davanti alle forze nemiche preponderanti: i partigiani devono nascondersi in zona o cercare collegamenti con brigate delle Langhe. Molti vengono catturati, torturati, deportati a Mauthausen, uccisi.

Anche Ulisse, con il commissario politico “Costa” febbricitante e altri due partigiani, deve cercare un rifugio. Si dirige nella frazione di Vinchio, a Noche, e, con l’aiuto di una famiglia contadina, si cala con i suoi compagni in una tana di tufo, dove si sono già nascosti alcuni ragazzi del paese. 

Non può più dare e ricevere notizie, ma nella tana, per rimanere legato alla vita scrive poesie pensando a Rosetta.

 

MI VESTO DI PORPORA

Il tuo lucido viso sbiancato / il lungo tuo sorriso di cristallo.

Mi cresce dentro / il caldo della tua voce.

Coperto di stracci / mi vesto della porpora della tua bocca. / E navigo nel sogno.

Poi viene la notte / col vento / e la mia tana trema.

La mia sventura / il tuo amore stroncato.

(da Quadrati di fatica)

 

INTESA DI NON MORIRE

Il tuo lucido viso sbiancato / con i tuoi occhi ingrossati dal pianto rattenuto.

Perduta la battaglia / la vita legata al filo della morte,

Per te il mesto sorriso / aveva dentro l’arrivederci / che era rimasta tra noi / l’intesa di non morire.

Ora in questo sbiadito / sprazzo di sole, / al limitare della tana,

s’illumina la tua lacrima / come la goccia dell’ultima pioggia sul ramo.

(da Quadrati di fatica)


 

LAURANA RACCONTA:

LA FUGA IN BICICLETTA

Anche mia mia madre e io dobbiamo scappare nella neve per non farci catturare. 

Mia madre combatte la sua guerra per difendere il mio diritto a vivere. Nel mio immaginario ho i racconti suoi e di mio padre. Sul frontespizio del diario partigiano A conquistare la rossa primavera nel 1965, miopadre scrive la dedica “A Laurana che ha imparato a combattere fin da piccola”.

In quella terrificante mattina del 2 dicembre 1944, i fascisti vogliono catturare il marito, dando la caccia anche alla figlia di due anni per ottenere la sua resa. Mia madre mi avvolge in una coperta di lana celeste e mi carica sul seggiolino della bicicletta. Pedala su strade di fango e di neve in mezzo agli spari. Mia nonna le ha indicato una cascina isolata nella campagna di Agliano, abitata da lontani parenti disposti ad ospitarci, ma Rosetta non conosce la strada. Tutto è uguale sotto la neve.

All’inizio della fuga, mi addormento sul seggiolino, ma gli schianti delle raffiche mi risvegliano. Mia madre, per far sembrare un’avventura quel viaggio tormentato, mi racconta la favola di Cappuccetto rosso, spingendo la bicicletta a fatica nel fango.  Il “lupo” è sempre più vicino con i colpi di mitragliatrice e il rombo degli autocarri. I fascisti entrano nei paesi per catturare gli uomini e si sentono le grida delle donne e i pianti dei bambini, mentre continua a nevicare.

Per evitare che quei rumori di guerra mi spaventino, Rosetta si fa forza e, anche se con la voce ansimante per la fatica, comincia a cantare una vecchia canzone sull’aria di un valzer leggero “Amor dammi quel fazzolettino”. Io accompagno il suo canto e non provo paura.

Sulla salita per Castelnuovo c’è una pattuglia fascista. Rosetta sa superare l’angoscia momentanea di sentirsi in trappola e continua a pedalare. Le vengono richiesti i documenti e lei esibisce la carta d’identità falsa. Si dichiara sfollata da Alessandria e moglie di un ufficiale richiamato in Sardegna, di cui non ha notizie. Il lasciapassare per i controlli partigiani, firmato da Ulisse che dice che la donna è una signora di sua conoscenza, lo tiene cucito nella fodera del cappotto.  I militi ci lasciano proseguire.

 

La luce dell’inverno è breve e fredda e arriva presto il buio, mentre gli spari continuano a rimbombare nella valle vicina. La mia giovane mamma mi trasporta nella neve, e io, ciondolante sul seggiolino della bicicletta, ripeto “Tanta fame, tanto freddo, tanto sonno”.  Rosetta cerca un riparo nell’osteria del paese. Una donna ossuta grida dal bancone che non dà né da mangiare né da dormire a forestieri. Mia madre risponde che ha i soldi per pagare e io mi avvicino al tavolo, dove un mendicante sta mangiando. Lo guardo con gli occhi lucidi e l’uomo mi offre la sua minestra. La donna ci lascia passare la notte nell’osteria. Mia madre stende il suo cappotto su un tavolo e io mi rannicchio dentro e mi addormento.

All’alba ci rimettiamo in cammino. Un contadino ci vede e ci porta a casa sua, munge la mucca e io bevoil latte d’un sorso. Ancora oggi considero il latte il mio nutrimento di vita.

Continuano gli spari tutto intorno, ma mia madre mi sorride per tranquillizzarmi, anche se ha il terrore che la guerra tra le case uccida il marito. Finalmente arriviamo alla cascina diAgliano e, a mezzogiorno, zia Teresa ci prepara polenta e uovo fritto, che mi consola del freddo, della fame e del sonno del giorno prima.

Per sei mesi mia madre si assume, come dovere materno ineluttabile, l’immensa responsabilità di salvarmi dalla brutalità assurda della guerra, cercando altri rifugi, sempre sotto falso nome e con spostamenti improvvisi, determinati dalle sue premonizioni del pericolo.

 

L’INCONTRO

Una notte di fine gennaio, con la luna piena che fa luce sulla neve,mio padre, passando attraverso i sentieri di campagna, raggiunge la cascina che ospita me e mia madre. Trova Rosetta smagrita, ma sempre forte e capace di dargli coraggio.   Si ferma a guardarmi addormentata con i riccioli scomposti e la bocca rosea e calda. Cerca di svegliarmi, mi chiama con la sua voce profonda e dolce. Ma quell’uomo, con il giaccone infangato e il mitra al fianco, mi spaventa e mi stringo a mia madre. La guerra ha cancellato il suo ricordo nei miei occhi di bambina.

Mio padre mi tocca appena la punta delle dita e allora riconosco le sue mani calde, lo abbraccio e voglio anche toccare il colbacco con la stella rossa garibaldina. L’incontro è breve e il distacco è doloroso. Mio padre, con il cuore gonfio, riparte per seguire il suo grande ideale. Rosetta sa accettare il distacco perché Davide deve ancora combattere e resistere. La sua non è un’attesa passiva, ma di speranza.

 

 

SOTTO LA STALLA DELLE CAPRE

Sono ripresi gli scontri in ogni paese e Rosetta impara a mentire con disinvoltura ai posti di blocco fascisti, quando va a cercare notizie del marito partigiano, sempre in fuga o in combattimento. Lei sola è responsabile della mia vita.

Quando qualcuno viene alla cascina per acquistare vino o altri generi alimentari, noi ci nascondiamo in una piccola stanza attigua alla cucina. Ma i nostri ospiti hanno preparato un nascondiglio più sicuro per me e mia madre, scavato sotto la stalla delle capre. E viene il giorno, in cui militi fascisti fanno irruzione nella cascina di Agliano.  Dobbiamo scendere nella fossa.

Mentre i fascisti rovistano sopra le nostre teste per scovarci, mia madre mi sussurra: “Non piangere e non parlare, fuori ci sono gli uomini cattivi”.  Non mi tiene in braccio, forse per non trasmettermi la sua angoscia, ma fissa il suo sguardo potente su di me per tenermi ferma e zitta. Io non mi muovo, anche se sento un grande freddo, sono come paralizzata. Vedo uno scarafaggio ai bordi della piccola trapunta, che ci isola dal tufo: è un segno di vita e comincio a seguire i suoi movimenti. Usciamo salve dalla tana, ma in me rimane la sensazione che fuori, nel mondo, ci sono “gli uomini cattivi”.

(da Laurana Lajolo Il filo rosso della poesia, rivista culture n. 41)

A LA RU, LA QUERCIA SECOLARE

QUESTA VALLE E’ IL MIO MARE

Sovrastando con la testa uno dei filari della sua vigna e appoggiandosi alla zappa Battistin della Sermassa mi chiama mentre passo sulla strada diretto a Monte del Mare. “Hai sentito la novità? Ieri alla riunione del municipio è venuto anche l’americano. Ma è un americano speciale perché parla l’italiano. Anzi ha detto che è nato a Alba per farci credere che è uno di noi, ma attenti ha i capelli rossi e l’occhio furbo. Dice che è andato in America dopo la guerra e di quelli là ha preso la grinta. Loro sono gente di comando. Non sono i più ricchi del mondo? Ecco allora che vengono qui, comprano seicento giornate di terra, più di un intero paese e fanno alberghi e parchi di divertimento.

(…) “Ma stai a sentire”, mi dice, “tu che scrivi e conti qualcosa. Appena io mi sono fatto avanti e gli ho detto che la mia terra non la vendo perchè ne ho troppo poca e lì sopra voglio almeno morire, lui si è alzato e ha detto: “Chi non la vende sarà espropriato”. Ti pare giusta questa parola?”

(…) “Allora sai che ti dico? Che io non venderò mail il mio pezzo di terra. Io sono e voglio rimanere un contadino da vigne, non da piscine e da maneggio. Se tu mi assicuri che non mi possono espropriare, l’americano può aspettare. E’ più facile che cadano prima tutti quei grattacieli nel suo paese prima che si pieghi la mia testa dura”.

Aveva già ripreso a sradicare l’erba da sotto le viti con i colpi misurati ella sua zappa, mentre io alzavo la mano per salutarlo.

Le parole di Battistin, che portava per soprannome proprio quello della Sermassa perché aveva passato la vita tra quelle piante, mi hanno spinto a salire fin sopra il cocuzzolo accanto al vecchio rovere che da oltre cento anni segna l’inizio di quella immensa distesa di verde sotto il sole.

Leggevo sul libro delle elementari e quando venivo qui o sopra il bricco dei Saraceni mi dicevo: “Il mare deve essere così, sempre uguale a vista d’occhio” e quando mi sono scontrato con il mare vero e l’ho navigato per notti e giorni nello spasimo delle guerre, avevo sempre nostalgia del mare verde della Sermassa, il mare del mio paese. (da Il mare verde in I Mè)

 

NEL GIARDINO DELLA CANTINA

LA LIBERAZIONE

Debbo salutare i miei ragazzi, i miei garibaldini, i quali finalmente, ora che non dobbiamo più camminare e correre giorno e notte, hanno trovato le scarpe nuove. Sono state tolte dai magazzini tedeschi e fascisti; lì hanno anche trovato le divise.

E’ un addio di commozione.

I loro visi sui quali il sole, il vento, la neve, la pioggia hanno lasciato i segni, così come li ha lasciati la vita randagia di ribelli, mi stanno di fronte attenti e commossi. Li riconosco uno ad uno, appena con lo sguardo passo dall’uno all’altro: I miei ragazzi delle imboscate, degli assalti notturni, dei colpi di mano.

Gatto, Rocca, Sole, Enea, Nestore, Sergio e tutti gli altri. Ora i loro nomi di battaglia cadranno e torneranno ad essere dei semplici cittadini.

Ed il viso di coloro che non sono più con noi, di quelli che ci hanno dato prima il loro addio, morendo per l’Italia e il suo popolo.

E non so parlare ora che la gloria della vittoria dovrebbe farci dire tante cose. Così come non ho saputo più scrivere, ma solo accennare alle grandi battaglie per la liberazione di tutte le nostre città.

Tante parole dette e scritte per un colpo di mano, per quei giorni vissuti nelle tane, ora non viene più alle labbra neppure una parola. La gola è piena di commozione.

“Ecco il sole, ragazzi, c’è un gran sole. Questa volta è davvero venuta la primavera”.

I miei ragazzi mi guardano. Si serrano più stretti, più vicino. Sergio mi mette una mano sulla spalla.

“Arrivederci ragazzi, arrivederci”.

Sulla macchina partigiana del comando di zona di Asti, assieme ad Augusto comandante generale dei garibaldini piemontesi, vado verso Torino.

Rivedo le colline delle battaglie, i sentieri della guerra.

Classe 1912. Undici anni di richiamo alle armi, guerre in prima linea in ogni parte d’Europa. Due anni di guerra partigiana.

Classe 1912. La gioventù perduta e riconquistata tra le fucilate.

Non ho mai voluto così bene alla vita. Non ho mai creduto così intensamente alla vita.

(da A conquistare la rossa primavera)

 

L’INCONTRO CON PABLO PICASSO

1949. Sono a Parigi. L’appuntamento è il primo congresso dei partigiani della pace alla Salle Pleyel. Ci sono personaggi prestigiosi, scienziati come i Curie, scrittori come Thomas Mann, Pablo Neruda, Jorge Amado, Paul Eluard e tanti altri.

Ho stretto la mano a Pablo Picasso sul marciapiede davanti alla Salle Pleyel. Picasso ha un talismano: non può invecchiare. I suoi occhi sono lampi lucenti. La sua mano è forte. Mi pare di abbracciare le cose che più amo al mondo, la luce, l’erba, la poesia, la pittura, la colomba, l’amore.

Éluard, come ci eravamo accordati, chiede a Picasso di disegnare la colomba, che sarebbe diventata l’emblema della campagna internazionale contro la guerra, per la pacifica convivenza. Dice a Picasso che io come direttore de «L'Unità›› prenderò gli accordi con tutti gli altri quotidiani disposti a farlo, per pubblicare il suo disegno in prima pagina contemporaneamente in tutti i paesi del mondo.

Picasso non risponde, come se non abbia ascoltato, ma ci fa segno di seguirlo nel suo studio. Improvvisamente, curvandosi appena verso il tavolo, comincia a disegnare, come se noi non esistiamo. La sua mano scorre sul foglio bianco. Dopo due rapidi segni appare una chitarra, poi altre figurazioni finché vidi nascere il becco e l'occhio di una colomba.

Sono entusiasta: penso che Picasso inizi subito la preparazione del disegno. Invece, quasi furiosamente, con un'altra matita nera, traccia sull'abbozzo della chitarra e della colomba un mostro nerissimo e indecifrabile.

Poi si volta di scatto verso di noi: «Ecco, altro che colomba e attesa di pace. Io vedo tornare l'orrore della guerra. Voi vi attendete il bene dai malvagi mentre gli eredi dei tiranni, che hanno terrorizzato il mondo, sono ancora all'opera. Eccoli allearsi con Franco. La mia Spagna continua a sanguinare. Non posso dipingere colombe di pace. Voglio dipingere un'aquila con terribili artigli per dimostrare che bisogna avere tutta la forza e la volontà per imporre la pace».

Éluard sorride e abbraccia Picasso come a calmarlo. Picasso ricambia l’abbraccio e, rivolto verso di me con un sorriso, dice: «Mi sforzerò...Sarà metà colomba e metà aquila».

Quando ci salutiamo la sua stretta di mano è calorosa. Il suo sguardo è tenero e implacabile. Non ho più dimenticato il volto di Picasso.

Alla partenza da Parigi verso Milano ho una straordinaria sorpresa; mi arriva il disegno della colomba. Picasso ha scritto il mio nome da partigiano (A Ulisse) con la sua firma. Il disegno mi trema tra le mani. Una contentezza come se ad un bambino sia stata regalata la luna. (da Ventiquattro anni)

 

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Davide Lajolo (Vinchio, 1912 - Milano, 1984) è rimasto sempre legato al suo paese natale così da fare di Vinchio un luogo letterario con i suoi fortunati racconti Come e perché (1968), I Mé (1977), Il merlo di campagna il merlo di città (1983). 

Giovane intellettuale, illuso dal fascismo, nell’inverno del 1943 matura la scelta di diventare partigiano sulle sue colline con lo pseudonimo di Ulisse. Racconta quell’esperienza in Classe 1912 (1945), ripubblicato con il titolo A conquistare la rossa primavera, e  Il Voltagabbana (1963).

E’ stato direttore de L’Unità (1948-1958), condirettore de L’Europa letteraria, direttore di Giorni Vie Nuove (1969-1978). E’ stato eletto deputato al Parlamento (1958-1972).

Interessanti sono suoi libri di contenuto politico I Rossi (1974), Ventiquattro anni – Storia spregiudicata di un uomo fortunato (1972),Finestre aperte a Botteghe oscure (1975), Il volto umano di un rivoluzionario – Giuseppe Di Vittorio (1979), Pertini e i giovani (1983).

Frequenta le personalitàdella cultura più importanti del suo tempo, scrive della sua amicizia con i poeti in Poesia come pane (1973).

Diventa unoscrittore di successo con Il vizio assurdo – Storia di Cesare Pavese (1960), Fenoglio, un guerriero di Cromwell sulle colline delle Langhe (1974), per citare i più importanti, vincendo numerosi premi tra cui il Premio Viareggio per la letteratura nel 1977 con Veder l’erba dalla parte delle radici.

Collabora con Diego Fabbri alla stesura teatrale di Il Vizio assurdo messo in scena da Luigi Vannucchi, Valentina Fortunato, Giancarlo Sbragia.

Scrive per il cinema di Mauro Bolognini.  Collabora con la RAI per due film Le langhe di Cesare Pavese, tratto dalla biografia Il vizio assurdo, e La strada più lunga, tratto da Il Voltagabbana.

Il suo ultimo libro Gli uomini dell’arcobaleno (1984) parla degli artisti suoi amici.

A Vinchio c’è il Museo Vinchio è il mio nido e tre Itinerari letterari con guida cartacea e sul sito in italiano, inglese, francese con app Ulisse sulle colline. Sugli itinerari vengono organizzati ogni anno delle passeggiate culturali.

Sul sito sono pubblicati i libri e i filmati.

A Palazzo Crova di Nizza Monferrato è esposta Art ‘900 Collezione d’arte Davide Lajolo, 100 opere di artisti contemporanei.

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16/11/2025

Comunicato stampa visita guidata alla mostra fotografica dei globi terrestri e celesti di padre Pietro Maria da Vinchio

Domenica 23 novembre - Museo Diocesano, Asti, via Natta 36, ORE 16

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11/11/2025

Comunicato stampa TAVOLA ROTONDA PIETRO MARIA DA VINCHIO E IL SUO TEMPO

Venerdì 14 novembre- ore 17, Museo Diocesano S. Giovanni di Asti, via Natta 36

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