21/07/2026
«TerraMare», ovvero il mare ritrovato fra le colline: la ceramica di Roberto Di Giorgio a Palazzo Crova
La recensione del giornalista Pier Carlo Guglielmero della mostra di Roberto Di Giorgio

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C’è un piacere particolare, per me, nel tornare in un luogo che si è imparato ad amare. Venerdì 10 luglio, salendo le scale di Palazzo Crova a Nizza Monferratoverso le sale della collezione Davide Lajolo Art ‘900, quel piacere aveva il sapore di un ritorno a casa. Le opere del Novecento. della Collezione di Davide Lajolo – scrittore che amo e frequento praticamente da sempre – erano lì ad aspettare, come vecchie conoscenze, e in mezzo a loro si muoveva il pubblico del vernissage, non molto, ma certamente assai motivato, visto che fuori un furibondo temporale si era abbattuto sul Monferrato. Ad accogliere i presenti, Laurana Lajolo, che di queste sale è anima e memoria, e che oggi chi scrive ha la gioia di poter chiamare amica. Insieme a le la Vicesindaca di Nizza, Maria Ausilia Quaglia, sempre molto presente e impegnata, in questi eventi.
L’occasione era di quelle che meritano il coraggio di affrontare un temporale: l’inaugurazione di «TerraMare», la mostra di Roberto Di Giorgio organizzata dall’Associazione culturale Davide Lajolo con il Comune di Nizza Monferrato, che resterà visitabile fino all’11 ottobre. Un titolo che è già un programma, anzi una confessione. Perché in queste terre di colline e vigneti il mare non è un’assenza: è una memoria sepolta, un fondale sollevato, un ricordo di quattro milioni di anni che affiora ancora nei fossili tra i filari. E la ceramica di Di Giorgio, si sarebbe capito presto, non fa che ascoltarlo.
Roberto Di Giorgio è nato a Genova nel 1966, e da anni ha scelto di vivere e lavorare fra queste colline, nel suo studio di Castiglione Tinella. Un ligure trapiantato nella terra del Moscato: già nella biografia, a ben vedere, c’è tutto il senso della mostra. La sua è una ceramica che non conosce riposo tecnico: grès, porcellana, maiolica, raku, cotture ad alta e a bassa temperatura, superfici che passano dallo smalto lucente alla scabrosità della terra appena scavata. Materie diverse per raccontare una sola ossessione: il dialogo antichissimo fra la terra e l’acqua, fra l’argilla e il mare che l’ha generata.
Ma la vera sorpresa di questa mostra è il modo in cui le opere abitano gli spazi. Nelle sale dell’Art ‘900 le stele ceramiche di Di Giorgio non sono ospiti: sono interlocutrici. Due di esse, gemelle e diverse, una chiara come osso levigato dalla salsedine e una scura come legno di relitto, si alzano su sottili steli di ferro davanti alla sezione dedicata alle donne, e sembrano sostenere una conversazione silenziosa con i ritratti e i disegni del Novecento che le circondano. I fori che le attraversano lasciano passare lo sguardo, e con lo sguardo la luce, e con la luce il tempo. Poco più in là, su un piedistallo, riposa una sfera che pare una piccola luna caduta: la superficie butterata, incisa, fiorita di crateri e di una colata di smalto bianco che sembra schiuma di risacca rappresa sulla pietra. Chi scrive ci ha girato intorno a lungo, cercando il punto esatto in cui la luna diventa fondale marino, senza trovarlo: perché quel punto, semplicemente, non esiste.
Il percorso prosegue negli ambienti del Palazzo del Gusto, fra le testimonianze della civiltà della Barbera, dove l’artista ha allestito l’installazione forse più intensa: una piramide di ferro, essenziale come un teorema, al cui vertice sono sospesi un seme azzurro di mare e una conchiglia di terra, appesi a un filo sopra una grande coppa dal bordo frastagliato come un guscio dischiuso. Un pendolo immobile, fermo da quattro milioni di anni sul punto esatto in cui la terra e il mare si toccano. Intorno, i torchi e le brente dei vignaioli: e anche questo è un dialogo, perché il vino di queste colline nasce da suoli che furono sabbie marine, e ogni bicchiere di Barbera contiene, a saperlo ascoltare, un poco di quell’oceano scomparso.
In tutto ciò si è sviluppato l’incontro con l’artista, e qui chi scrive deve confessare una piccola irriverenza. Davanti a quelle superfici lacerate e ricucite, a quelle materie combuste, il cronista ha voluto fare sfoggio di colta memoria e ha azzardato due nomi impegnativi: Alberto Burri e Arnaldo Pomodoro. Di Giorgio ha sorriso, tuttavia ha accolto il primo, ma tanto cortesemente quanto fermamente, ricusato il secondo. A ricordarmi, e giustamente, che esistono limiti potenti alla nostra interpretazione dell’Arte. Ma non era tutto lì, anzi: è stato con l’andare della visita, e della conversazione, che la lezione è arrivata davvero. Perché in lui si sono aperti squarci di passato, e quella che pareva materia lavorata si è rivelata metafora di uno scavo nell’anima, che si riflette nel grande mare che tutto qui ricopriva quattro milioni di anni fa. La sua non è citazione colta di altri maestri: è una ricerca delle origini delle terre che ci circondano, un andare verso la natura profonda e misterica delle cose, molto più vicino al gesto dell’archeologo, o del rabdomante, che a quello del citazionista. E il giornalista un poco irriverente, alla fine, ha deposto le armi: davanti a chi scava così a fondo, i nomi illustri non servono più.
Uscendo da Palazzo Crova, nella sera di luglio, diventata per una volta fresca, piovosa e cupa, chi scrive ha ripensato a quel pendolo sospeso fra il seme e la coppa, e alle conchiglie fossili che ogni tanto i vignaioli trovano ancora, rivoltando la terra fra i filari. Roberto Di Giorgio dal mare è venuto ad abitare fra queste colline, e fra queste colline ha ritrovato il mare. Non l’ha portato con sé: l’ha riconosciuto, sepolto e paziente, sotto i nostri passi. E ce lo restituisce in forma di terra cotta dal fuoco, che è poi il modo più antico che l’uomo conosca per fermare il tempo.
«TerraMare» resterà aperta fino all’11 ottobre 2026 nelle sale dell’Art ‘900 di Palazzo Crova, in via Crova 2 a Nizza Monferrato. Per informazioni e visite è possibile rivolgersi all’ufficio turistico di via Carlo Alberto 55, telefono 0141 441565, e-mail iat@comune.nizza.at.it.
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