Associazione Davide Lajolo Odv

Saggi

10/02/2026

Presentazione de Il Voltagabbana alla Casa Della Memoria di Milano

5 febbraio 2026

 Presentazione de Il Voltagabbana alla Casa Della Memoria di Milano

Questo libro è vero perché sono veri i fatti, veri e vivi i personaggi. E’ soprattutto il tentativo di spiegare, con spietata sincerità e con la maggiore umanità, vicende che fanno parte della nostra vita nazionale e ai giovanissimi, ai giovani e ai meno giovani i drammi tanto complessi e strani di quegli anni. Il titolo Il voltagabbana si riporta alla facile accusa di troppi che non sanno o vogliono ignorare gli sviluppi della vita e della storia, rifugiandosi in una dogmatica e falsa coerenza a idee e costumi che hanno portato tutti all’orlo della rovina”. E Davide Lajolo aggiunge che il titolo ha anche un senso ironico per non cadere nel patetico.

Il voltagabbana è per Lajolo è, dunque, un esame di coscienza in pubblico, rivolto particolarmente ai giovani, forse anche per rispondere alle mie domande di come avesse potuto credere al dittatore istrionico. La dedica che mi ha fatto al libro è: “A Laurana perché abbia una vita più lineare di quella di suo padre”.

Nel libro c’è il racconto di due storie parallele della generazione cresciuta sotto il fascismo: quella di Davide Lajolo fascista e poi, attraverso una scelta drammatica, partigiano e comunista, e quella di Francesco Scotti coerentemente antifascista e rivoluzionario di professione. Sono le storie di due uomini che vivono consapevolmente nel teatro della grande storia le loro esistenze individuali determinando la loro coscienza morale e politica. L’originalità del libro sta proprio nelle due storie parallele.

Davide Lajolo e Francesco Scotti sono coetanei con due formazioni diverse. Davide è figlio di contadini di Vinchio, studia nei collegi salesiani e vorrebbe fare il poeta e il giornalista. Per le condizioni economiche della sua famiglia non può iscriversi all’università e frequenta la scuola allievo ufficiali. In quell’ambiente incontra giovani intellettuali fascisti.

Francesco viene dall’ambiente operaio lombardo e fa subito la scelta politica antifascista. Si iscrive a medicina, ma l’appartenenza politica al partito comunista clandestino lo porta prima in carcere e poi a espatriare in Francia, dove diventa un dirigente del partito comunista.

Lajolo e Scotti partecipano alla guerra civile spagnola su due fronti opposti. Davide Lajolo è un giovane tenente della Divisione Littorio dell’esercito italiano, che ha fatto domanda di volontario e riceve il telegramma per destinazione ignota, capendo soltanto durante il viaggio che la destinazione è la Spagna per combattere al fianco delle truppe del golpista Francisco Franco.

Francesco Scotti è antifascista e combatte con piena consapevolezza politica nelle Brigate internazionali per difendere la repubblica.

Davide scopre la guerra come morte e sangue e confessa in una poesia (perché scrive sempre poesie dei suoi sentimenti) di avere paura: “Ho avuto paura stamane / della pallottola che mi cercasse la vita”. Se ne vergogna di fronte ai suoi soldati costretti alla guerra e soprattutto a confronto con gli Arditi che si buttano con audacia tra gli spari.

I due protagonisti del libro sono, dunque, su due fronti contrapposti: in una prima fase vincono i rossi, più esperti degli ufficiali italiani. Poi iniziano le sconfitte fino all’avanzata di Franco con l’aiuto italo-tedesco.  Quando la Divisione Littorio entra nella città squarciata di Terruel, Lajolo esprime nelle poesie pietà per tutti i morti, ma scrive qualche articolo enfatico e retorico per il quotidiano fascista “Il popolo d’Italia”. Le vittorie sui rossi gli danno il sigillo fascista.

Scotti in Spagna trova l’amore di Carmen e della piccola Victoria e con loro vive nel 1939 la drammatica ritirata verso la Francia, continuando il suo impegno rivoluzionario in Francia e in Italia. Carmen rimane nel campo profughi in Francia e lì nasce Pepe.

Davide, tornato dalla Spagna, sposa Rosetta e va a lavorare come giornalista alla Federazione fascista di Ancona. Pubblica poesie e romanzi centrati sulla guerra di Spagna. Nella seconda guerra mondiale viene richiamato e combatte in Albania e in Grecia.

La caduta del fascismo segna per Scotti l’ora della riscossa: bisogna prepararsi a combattere per la liberazione dell’Italia. Per Lajolo è rabbia e smarrimento. In quanto fascista, viene destinato per punizione in Sardegna, ma riesce a rientrare fortunosamente a Vinchio. E’ un uomo di 30 anni naufrago dell’ideologia fascista.

Deve soprattutto fare i conti con la sua coscienza, vivere il suo dramma personale nella fase storica più drammatica. Cerca di capire il suo errore ideologico nelle conversazioni con uno zio comunista ed è sostenuto dalla moglie, che si assume la responsabilità di proteggere da sola la figlia di un anno. Sollecitato dai giovani del paese renitenti ai bandi di leva della costituita Repubblica sociale italiana, forma una banda e cerca il contatto con i gruppi partigiani dei paesi vicini. Viene sottoposto a un processo partigiano nella valle della morte del suo paese e messo alla prova. Orgoglioso e impetuoso, accetta le critiche e l’umiliazione di ammettere di non aver capito l’inganno del regime nei confronti dei giovani come lui, illusi dalla rivoluzione fascista. Garantisce per lui un amico Dionigi Massimelli, che è già partigiano.

Sceglie come nome di battaglia Ulisse e la guerra partigiana è la sua odissea di rinascita.per rintracciare i valori della solidarietà e della libertà. Conserva il nome di battaglia Ulisse quando diventa, dopo la Liberazione, caporedattore dell’Unità di Torino e poi direttore dell’Unità di Milano.

Mentre Scotti “Augusto” organizza le brigate Garibaldi in Piemonte, Ulisse dà prova di coraggio nelle azioni partigiane che liberano nell’estate del 1944 quaranta paesi intorno a Nizza Monferrato, dove si forma una repubblica partigiana.

Augusto, che si è informato sul comportamento di Ulisse, lo vuole conoscere. L’incontro è un racconto molto emozionante, che vale la pena di leggere  P. 313. Venne avanti…..avvilito e umiliato

Dopo l’incontro Ulisse sente il bisogno di continuare a dialogare con Augusto. Gli scrive delle lettere in cui confessa la sua ricerca di coscienza politica. Insieme al resoconto dei combattimenti gli manda anche le sue poesie, quelle partigiane, e gli comunica che sta scrivendo, tra uno scontro e l’altro, il suo diario partigiano. Lo indica come maestro di vita e di politica, è il suo riferimento per diventare comunista e combattere, questa volta, dalla parte giusta.

Ed è Augusto a consegnargli la tessera del partito, dopo che Ulisse ha comandato le battaglie di Bruno e Bergamasco contro le brigate nere e reparti tedeschi in difesa della zona libera.

Ulisse è approdato alla sua Itaca e il suo viaggio continua come giornalista e uomo politico nel PCI. Le due esistenze, divaricate dal fascismo, si intrecciano nella lotta di liberazione e nella costruzione della democrazia. Scotti garantisce per la sua nomina a caporedattore dell’Unità di Torino e quando Ulisse diventa direttore dell’edizione milanese dell’Unità conducono insieme l’attività politica.

Va sottolineato che l’occasione di rinascita di Davie Lajolo Ulisse è data dalla politica del partito nuovo elaborata da Palmito Togliatti, che accoglie nelle proprie file anche ex fascisti, riconoscendo il valore della scelta morale e politica dei “voltagabbana”. Comunque Lajolo deve molto spesso giustificarsi dagli attacchi degli avversari politici e anche di alcuni compagni di partito.

La sua storia risulta così emblematica che subito dopo la Liberazione sono Scotti e Luigi Longo, i capi delle Brigate Garibaldi, a sollecitargli la pubblicazione del suo diario partigiano Classe 1912, che esce nell’autunno del 1945, mentre Ulisse è nel carcere delle Nuove di Torino condannato per aver scritto sull’Unità che era ora che gli Alleati lasciassero l’Italia.

In una lettera alla moglie dal carcere fa riferimento a Scotti: P. 36 “Cara Rosetta, cerca di convincere mio padre che sono in galera per motivi politici e nessuno qui mi considera un delinquente. Continua a raccontare a Laurana che sono in collegio a studiare. Quando sento il fischio dei treni di Porta Nuova parto sempre con il pensiero per venire da voi che avete combattuto come me la vostra guerra. Per questo è giusta. E’ stata per la nostra vita, per le nostre case, per la libertà di tutti. Non lasciarmi dimenticare da Laurana.

Ti ha scritto Scotti? A me ha mandato una lunga lettera nella quale ha fatto aggiungere i saluti di Carmen, Victoria e Pepe. Pensando a quello che hanno passato loro noi possiamo considerarci dei privilegiati. Non ti pare?”[1]

Prima dell’uscita de Il Voltagabbana il padre dell’ardito Bruno Cavallotti, morto in combattimento in Spagna, a cui Lajolo aveva dedicato pagine del romanzo Bocche di donne bocche di fucili gli scrive una lettera in cui lo rimprovera per aver tradito i valori per cui era morto il figlio.

Con sincera emozione Lajolo risponde: “Ci volevamo bene come fratelli e ancora serbo lo stesso ricordo e lo stesso affetto. Proprio conoscendo i motivi per i quali Bruno ha creduto di morire, io ritengo che se fosse ancora vivo, se avesse avuto tempo di capire e riflettere, sarebbe anch’egli con le mie idee. Non si offre la propria vita se non si crede profondamente al di sopra dei meschini calcoli di chi tiene le fila delle manovre e purtroppo anche delle vite altrui.

Ma la storia, con i suoi fatti ha aperto gli occhi. Abbiamo visto quanta vergogna e viltà erano in chi aveva conquistato i nostri giovanili entusiasmi e aveva fatto della nostra naturale rivolta alle ingiustizie un’arma per scagliarci dalla parte sbagliata. Il fascismo, anziché andare verso il popolo, come Bruno e io credevamo, è andato contro il popolo e l’ha spinto al martirio e alla rovina. (…).

Per essere coerente col mio patriottismo, con la mia onestà, con la moralità che ho ereditato da mio padre contadino, io devo rinnegare quel libro per la parte politica e per le sue errate ed infauste follie nazional-movimentiste”.[2] In conclusione annuncia a Cavallotti che presto uscirà Il voltagabbana, la sua storia scritta con tutta sincerità per spiegare a se stesso e ai giovani cosa è stato il fascismo.

Davide Lajolo chiede a Indro Montanelli una recensione del libro in uscita e Montanelli gli risponde che si è assunto una responsabilità tremenda e che deve usare la sincerità più assoluta e crudele. “Tu hai sufficiente coraggio e ingegno per fare un autentico esame di coscienza in cui tutti possiamo riconoscerci. Sta a te dimostrare che se in quella tragica buffonata che fu il fascismo la generazione condannata a viverci cercò di portare una seria nota di redenzione e non c’è poi da arrossirne, anche se il tentativo fallì. E cerca di non contaminarti nelle discriminazioni ideologiche. Il regime era una chioccia grassa che covò ogni sorta di uova. Cerca di non impartire l’assoluzione soltanto a quelle di cui gli saltarono fuori i pulcini rossi[3].

La scrittura a quattro mani del Voltagabbana è stata complessa, a volte conflittuale per chiarire bene i passaggi di vita, ma il confronto fra le tessiture biografiche diverse delle due personalità fa capire molti tratti di uomini e donne, e anche di bambini, che hanno vissuto la storia italiana tra fascismo e Resistenza e spiegano il valore insostituibile delle relazioni umane anche per le scelte politiche più controverse e dolorose.

Il voltagabbana è il percorso storico di due uomini che hanno attraversato con consapevolezza la storia del loro tempo e si sono assunti la responsabilità di parteciparvi da protagonisti con la ragione e il sentimento.  A un’attenta lettura, dunque, Il voltagabbana è un libro di storia.

 

 



[1] D. Lajolo Il voltagabbana

[2] D. Lajolo “Caro sig. Cavallotti”, Archivio Davide Lajolo 4/4.2

[3] I. Montanelli “Caro Lajolo”, Castiglioncello, 21 luglio, Archivio Davide Lajolo 4.3

 

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